Clandestinos.it
Clandestinos.it
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 


Intervista a Yayi Bayam Diouf, direttrice del ''Collettivo donne contro l'emigrazione clandestina''

Yayi Bayam Diouf, senegalese, ha creato in patria il "Collettivo donne contro l'emigrazione clandestina" per salvare i ragazzi che muoiono nel tentativo di raggiungere l'Europa. E propone in questa intervista delle alternative per aumentare il benessere delle popolazioni più svantaggiate senza costringerle a lasciare le proprie terre.

Quando ha fondato il suo collettivo?
Quando ho perso mio figlio, tre anni fa.

Cosa è successo?
Con altri 80 ragazzi voleva raggiungere le Canarie su due piroghe artigianali. A un certo punto l’imbarcazione di mio figlio ha iniziato ad imbarcare acqua allora quelli dell’altra barca sono andati a cercare aiuto, si vedevano già le luci delle isole. Poi è scoppiata una tempesta e quando sono tornati la piroga di mio figlio non c’era più. L’ha inghiottito il mare. Era marzo, faceva freddo.

Quanti anni aveva?
Ventisette.

Sapeva che rischi correva con questo viaggio? Aveva provato a fermarlo?
Era uscito per una battuta di pesca ma non erano riusciti a prendere nulla. Non potevano tornare indietro senza carico. Da quando l’Ue ha autorizzato i grandi pescherecci industriali ad arrivare sotto le nostre coste, noi non possiamo più competere. Allora mio figlio mi ha chiamato e mi ha detto che c’era questa possibilità di andare alle Canarie. Ho provato a dissuaderlo ma aveva deciso. Ha detto che il viaggio sarebbe durato 7 giorni e mi avrebbe telefonato una volta arrivato. Non l’ho più sentito.

I giovani che partono hanno idea delle difficoltà che incontreranno se riescono ad arrivare in Europa? Sanno che c’è la crisi e che la vita è dura per i clandestini?
No. Molti non hanno studiato e vedendo la televisione hanno un’immagine dell’Europa come il paese della ricchezza, dove tutto è facile. Dopo, una volta arrivati, si rendono conto che non è così, ma è troppo tardi. Parte del nostro lavoro è proprio questo: raccontargli come stanno le cose prima che partano.

Che altro fa il suo collettivo di donne?
Innanzi tutto cerchiamo di sensibilizzare le altre donne: sono quasi sempre loro a finanziare i viaggi clandestini dei figli. E poi parliamo con i giovani: li informiamo dei pericoli del viaggio, gli spieghiamo che anche da voi c’è la crisi. E gli diciamo che ci sono modi per viaggiare regolarmente, i visti temporanei ad esempio… poi, per farli restare, abbiamo messo in piedi progetti di microcredito e artigianato.

E gli uomini del villaggio come hanno preso queste attività delle donne?
All’inizio erano sospettosi, non capivano perché volessimo parlare. Nella comunità tradizionale del Senegal non abbiamo diritto di parola. Dopo hanno capito le nostre ragioni e ci hanno ascoltate. Io sono la prima donna nella storia della mia comunità a essere entrata nel consiglio dei notabili, sono vicepresidente.

Tutte le 375 donne del Collettivo hanno perso un parente che voleva emigrare?
Molte. Quando perdi un fratello, un figlio, un padre… tutta la famiglia riceve un durissimo colpo. Ancor più qui che c’è la poligamia e le famiglie sono molto allargate. Spesso vivono tutti con il solo stipendio di chi va via. Poi ci sono anche donne i cui figli sono arrivati in Europa ma sono stati espulsi. Tornano a casa devastati dallo choc e le madri hanno perso i soldi investiti nel “progetto” di farli partire.

Quanto costa un viaggio clandestino?
Circa 750 euro.

Ma c’è qualcuno del villaggio che invece “ce l’ha fatta”?
Certo. Insieme a povertà e tivù, è la grande spinta a partire per i nostri ragazzi. Li vedono tornare per le vacanze: hanno grandi case, grosse macchine, sposano le ragazze più belle del villaggio… Poi tanti muoiono nel viaggio.

Quanti giovani sono morti quest’anno?
E’ difficile saperlo (circa 412 secondo le statistiche, ndr). Ma basti pensare che un anno la nostra squadra di calcio ha dovuto annullare il campionato: non c’erano né giocatori né pubblico.

Tutti partiti o spariti in mare?
Sì. L’anno dopo sono stata io a far riprendere queste competizioni sportive. Ho distribuito magliette per restituire ai ragazzi rimasti il gusto per lo sport. E per la vita.

Ha visto già dei risultati del suo lavoro?
Sì. Intanto non ci sono più piroghe che partono clandestinamente da Thiaroye, il mio villaggio. E poi, grazie al microcredito, siamo in grado di dare lavoro sia ai ragazzi che sono stati rimpatriati che alle donne rimaste sole a causa dell’emigrazione clandestina.

La chiave è creare lavoro da voi.
Sì, e anche dare coscienza e indipendenza alle donne, renderle consapevoli dei loro diritti, delle loro maternità, della loro salute. Lo so che non posso fare tutto da sola ma piano piano qualcosa sta già cambiando.

Si è mai sentita sola contro problemi così grandi?
Ora no, all’inizio un po’.

Cosa dirà ai giovani, ora che torna dopo il viaggio in Italia (incontri ad Ancona, Imola, Udine e Milano con l’ong Fratelli dell’Uomo)?
Restate qui, in Europa c’è una fortissima crisi economica. Rimaniamo qui. E i soldi che spendiamo per l’emigrazione clandestina investiamoli per creare piccole imprese da noi.

A cosa pensa quando guarda il mare davanti al suo villaggio?
Al mio bambino.

Angela Geraci per City

   
 
 
 





















© Akmé S.r.l. - Marketing & Information Services
Clandestinos.it è conforme alla Legge 62