QUANDO
GLI ITALIANI SI PERSERO IN PERSIA
Una missione del Regno alla corte
dello Scià. Il quale, in realtà fece di tutto
per ostacolarla. Ma cosa cercavano i nostri fin laggiù?
Bachi da seta… E altri tesori d’Oriente che
150 anni dopo finiscono in mostra.
Antonella Barina – IL VENERDI.
Era
il 20 giugno 1862 quando una missione diplomatica italiana
vacò il confine della Persia e raggiunse Tabriz,
dopo due mesi ininterrotti di viaggio: 16 persone (oltre
alla servitù e a centinaia di bagagli), avevano navigato
da Genova a Constantinapoli, poi attraversato il Mar Nero
e, in carovana, la Georgia e l’Armenia.
Due giorni dopo furono ricevuti solennemente, con un elaborato
cerimoniale, dal principe ereditario Muzaffar al-din, viceré
di Persia, governatore della provincia dell’Azerbajgian:
un bambino di 8 anni, pallido e malaticcio, con grandi occhi
neri e un padre troppo longevo, che lo avrebbe tenuto in
attesa del trono altri 35 anni. Anche gli inviati del nuovo
Regno d’Italia attesero a lungo lo scià, che
rallentò con mille espedienti la loro marcia verso
Teheran (il costrinse a percorrere qualche centinaio di
chilometri in un mese) per non interrompere le proprie vacanze
estive e tornare ad accoglierli nel caldo afoso della capitale.
La delegazione italiana era composta da diplomatici e scienziati.
E da un fotografo, Luigi Montatone, che aveva il compito
di fissare su carta le immagini di quella straordinaria
avventura. Una raccolta di quelle sue foto saranno in mostra
al castello di Belgioiso (Pavia) dal 5 al 21 aprile. Insieme
a 460 oggetti d’arte e di vita quotidiana in Iran
tra ‘800 e ‘900 appartenenti a collezione private:
miniature, pitture su vetro, talismani zoroastriani, dipinti
usati dai cantastorie per illustrare i loro racconti.Le
foto di Montatone furono allora raccolte in vari album e
donate alle autorità italiane e persiane (quelle
in mostra appartengono alla Biblioteca Reale di Torino).
Ritratti di dignitari, cortigiani, servitori, soldati, ma
anche vedute di paesaggi e città: documenti preziosi
di architetture scomparse soprattutto in un Paese come l’Iran
che nell’ultimo secolo ha molto ristrutturato, distrutto,
ricostruito. Immagini curiose: lo scià in persona
si fece ritratte da Montatone e si appassionò a tal
punto a macchine e obiettivi da di ventura un fotografo
provetto e collezionare negli anni 20 mila scatti (in ricordo
dei suoi viaggi, delle battute di caccia, delle concubine
del suo harem e delle cocottes europee…).
E in abiti occidentali (copricapo escluso) Nasir al-din
scià in una foto di Montatone. Benché i diaristi
della missione italiana ricordino trasecolati l’opulenza
delle sue tuniche di velluto tempestate di diamanti. “Sono
gli anni della penetrazione economia dell’Iran da
parte delle potenze occidanteli”, spiega Michele Bernardini,
docente di Lingua e Letteratura persiana all’Istituto
Orientale di Napoli. “Dopo la caduta di Napoleone,
sono soprattutto Russia e Gran Bretagna a contendersi economicante
l’Iran: per le sue materie prime – seta pietre
preziose, tabacco, tè, riso – e per la sua
posizione strategica, tra Medio Oriente e India. Grazie
ai russi si forma la prima brigata di cosacchi persiani
(addestrati e comandati dagli ufficiali dello zar) Grazie
agli europei arrivano in Persia la stampa, il telegrafo,
la prima università, la pittura a olio… E alcuni
capi d’abbigliamento occidentali”.
Fu sullo sfondo di questa colonizzazione commerciale e culturale
che anche il neonato Regno d’italia decise di inviare
a Teheran una missione diplomatica: in fondo i rapporti
con la Persia avevano una tradizione antica, risalivano
alla fine del XIII secolo, con Genova e Venezia e si erano
offuscati solo nel’ 700 con il declino della Serenissima.
Lo spiega bene angelo Piemontese, iranista dell’ Università
di Roma e studioso delle foto di Montatone, in un saggio
edito nel’ 72 in East and West, periodico dell’
IsMeo. Che individua anche un altro obiettivo essenziale
di quella missione: riportare sani di bachi da seta, perché
le larve dei setifici piemontesi e lombardi, vitali per
l’economia regionale, avevano contratto un inguaribile
morbo.
I membri di quella delegazione italiana in Persia percorsero
strade dissestate e pericolose, si imbatterono in città
dalle mille etnie( la Persia era da sempre uno dei grandi
crocevia dell’ Asia), dai mille bazar, copricapo,
odori; con gli occidentali che firmavano contratti costruivano
strade, proponevano sistemi di irrigazione.
”Nonostante ciò l’Iran dell’ 800
è un Paese chiuso, retrogrado, conservatore”,
Continua
Bernardini. “La dinastia Qagiar mantiene in vita la
monarchia assoluta e un sistema medioevale di gestione del
patrimonio fondiario: grandi proprietari terrieri con diritti
ereditari e contadini in stato di semi-schiavitú,
strangolati dalle tasse. Una corruzione alle stelle. Una
società bacchettona, in cui le autorità religiose
sciite hanno grande potere: come nelle sanguinose persecuzioni
del bahaismo, religione non musulmana, che tra l’altro
si oppone alla segregazione femminile. Insomma, una società
di grandi contrasti, in cui gli influssi culturali stranieri
vengono assorbiti superficialmente”.
Solo cinquant’anni prima il capostipite della dinastia
aveva fatto cavare gli occhi a 10 mila abitanti di un villaggio
traditore. Ma il suo erede Nasir al-din scià, durante
un viaggio in Europa commentò: “ Ciò
che mi stupidisce degli europei è che da un lato
fanno di tutto per salvare l’umanità dalla
morte; dall’ altro, nelle loro fabbriche d’armi,
creano nuove macchine per massacrare il genere umano nel
modo piú veloce ed esteso possibile”.
Evento
patrocinato da:
Ambasciata
Armena in Italia
Ambasciata
della Georgia in Italia
Istituto
Culturale dell'Ambasciata dell'Iran in Italia
Ministero
degli Affari Esteri
Museo
del Castello di Belgioioso (Pavia)
Ministero
dell'Ambiente e Tutela del Territorio